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31 luglio - Golfo di Biscaglia
ore 8.00 UTC: 3 giorni di fatica alle spalle, sono fradicia, le mie due cerate pure, gli stivali sono pieni di acqua, i miei piedi stanno ormai marcendo, due giorni che non posso neppure
accendere il gas e farmi un te per il troppo mare, sono piena di ematomi -immagino, non potendo verificare di persona- le ginocchia doloranti per le avanzate a carponi sul ponte, i colpi
presi ovounque per le manovre che a volte, quando tutto s'ingarbuglia, durano ore, non ho più neppure una maglietta asciutta: appena ne infilo una si bagna immediatamente indossando la
cerata, ed il vento non si decide a girare a ovest.
E dire che c'è gente che parte volontariamente per il giro del mondo contro vento e corrente: PAZZI!
Sono di nuovo per l'ennesima volta in una zona di groppi, la visibilità è molto poca, sembra quasi notte, cala il vento, sono in balia delle onde. Per riprendere un po' di velocità mi
azzardo a levare la terza mano. 10 minuti dopo: catastrofe! L'ultimo groppo della serie arriva improvviso, raffiche a 42 nodi, mi precipito a ridare la terza mano, non faccio in
tempo ad arrivare all'albero che vedo la randa strapparsi lungo la ralinga in diversi punti (in corrispondenza dei canestrelli) a partire dalla bugna della terza mano verso l'alto....
Urlo:
NOOOO, PERCHE' MI FAI QUESTO?
Non so a chi, non importa, è uscito così: sono stanca, bagnata, stufa di questo tempo da lupi, acqua dal cielo, acqua dal mare, acqua in barca, bolina che non riesco a stringere, bordi
infiniti, visibilità pessima, freddo...
In un attimo mi crolla addosso il mondo: dopo anni di preparazione, dedicando a questo evento ogni attimo del mio tempo libero e delle mie risorse, rasento, dopo neppure 3 giorni,
l'abbandono ...
Non mi resta che ammainare la randa, sotto la pioggia battente e raffiche a 40 nodi, non riesco a valutare il danno, devo affrettarmi a legare tutto prima di peggiorare la situazione.
Resto solo col fiocco da cattivo tempo, al traverso del mare e del vento. Che fare? Strambo e mi dirigo, sempre al traverso, verso la costa spagnola: il bordo mi porta verso Gijon, porto
dove se necessario potrò entrare senza problemi: ci sono passata neppure tre mesi fa. Spero così di ridossarmi un po' dal vento e dal mare sottovento alla costa, mi tolgo dalla rotta
delle navi che numerose escono dal TSS di Finisterre (schema di separazione del traffico, passaggio obbligato per tutte le navi in transito). Non sono in grado di prendere nessun'altra
decisione, sono troppo abbattuta, scoraggiata, stanca. Per ora penso solo a mettermi in sicurezza.
Dal nulla appare una barca, è il concorrente solitario N 3 anche lui provato dai giorni precedenti, mi propone assistenza, la rifiuto garbatamente e gli dico con tono falsamente allegro:
a scuola ho imparato a cucire, me la caverò!
Poco dopo anche Nitroglicerina che si trova nei paraggi mi chiama sul VHF avendo saputo dello strappo da Gianfranco (nostro comune referente per la meteo che ho avvisato per telefono),
proponendomi aiuto. Stessa risposta di apparente ottimismo che stride violentemente con quello che sto vivendo.
Lacrime di rabbia, me la prendo col velaio che mi ha convinto a non mettere gli elastici sugli ultimi canestrelli " perché in alto non servono"..., mi rimprovero di non aver preso
quella maledetta terza mano più presto, impreco contro questo "temps de merde" che non vuole cambiare, ma così è...
Ora non posso fare nulla, troppo vento e mare per pensare di portare la randa in quadrato, sono troppo stanca per fare qualsiasi cosa. Telefono a casa per avvisare che non vi sono
problemi e non devono preoccuparsi se mi vedono tirare bordi piatti, ho solo strappato la randa, non c'è nessun pericolo, io sto bene.
L'evidente delusione che sento nella voce di mio figlio Luca, mi spronerà più tardi a fare di tutto per non abbandonare. Per ora vado a dormire un po' e poi si vedrà.... Crollo sul divano
del quadrato senza neppure togliermi occhiali, cerata, giubbotto e stivali completamente bagnati, e dormo col radar acceso con l'allarme su un range di 5 miglia.
Al risveglio va tutto meglio, il vento è ancora a 28 nodi ma c'è meno mare, e comincio a pensare come risolvere: armare un fiocco, il Genova o la tormentina come randa di cappa? Ma
riuscirò poi a risalire fino a passare Capo Finisterre? Se non gira il vento non sarà possibile. Questa soluzione mi sembra troppo laboriosa per un risultato sicuramente pessimo, e
perderei troppo tempo....
Mi armo di coraggio, prendo due barrette di cereali e ingurgito una nauseante dose di Enervit, ed esco in coperta. Il rollio è impressionante, ed un'operazione che è assolutamente banale
da fare in porto in due persone (armare e disarmare la randa) sembra irrealizzabile da sola in queste condizioni.
Ma ci provo con l'energia della rabbia: cime per legare la randa e non perderla in acqua, coltello per tagliare la base inferita sul boma, paranchino per sollevare la randa e depositarla
sul ponte, mentre con una mano devo continuamente tenermi per non rotolare in acqua.
La cosa più laboriosa è far entrare la randa in quadrato, il tessuto è rigido, la vela è un ammasso informe insalamato dalle cime, e devo introdurla lasciando la ralinga verso poppa per
potervi lavorare. A calci infilo tutto in quadrato, il tessuto geme, le fibre si rompono, mi si stringe il cuore, io che finora arrotolavo questa randa con una precisione certosina e non
mi permettevo neppure di sedermi sul sacco.....
Sono le 18.00, ci ho messo 2 ore a smontare la randa, ora valutiamo i danni ed i tempi di riparazione. 2 metri e mezzo di ralinga strappata, 5 occhielli dei canestrelli divelti, e
ovviamente la base tagliata, oltre al cursore del punto di scotta che è rimasto sul boma. Stimo 6-8 ore di lavoro. Mi chiedo se non posso fare più in fretta tagliando una fetta di randa:
dalla stecca forzata poco sotto la penna all'occhiello della terza mano, poi ricucire insieme i due pezzi, con un risultato sicuramente poco estetico.... La cucitura è meno lunga e non
avrei gli occhielli da riparare. Scarto questa soluzione distruttiva, lasciandola come ultima ratio se la prima riparazione non dovesse tenere.
Ho molto tessuto per riparare, aghi, filo in abbondanza, e diversi rotoli di tessuto adesivo per riparazioni: leggiamo le istruzioni...
Stendere la vela su una superficie piana (e dove la trovo?), la vela dev'essere asciutta (????) e pulita (????).
Mi viene la voglia di buttare a mare i miei costosi rotoli di tessuto per riparazioni. Ma chi vende queste cose ha mai provato ad usarle per davvero????? La situazione è quasi comica: la
superficie piana, la randa asciutta e pulita saranno per un'altra volta: prendo il tessuto non adesivo e mi metto all'opera.
Un'ora o due di cucito finché reggo - mezz'ora di sonno, a questo ritmo, seduta sulla scaletta continuo per tutta la notte, con la pila frontale in testa, e le mani sempre più doloranti:
il dacron cross cut è molto tagliente e molto duro da bucare con l'ago, il tessuto che ho per riparare é scivoloso, difficile da tenere.
Sono felice di avere il radar che mi permette di lavorare senza dover uscire di continuo per controllare se nei paraggi non c'è qualcun altro. Ci mancherebbe anche una collisione per
coronare il tutto!
Penso con un sorriso ai miei pantaloni da barca cui manca un bottone da parecchi mesi per la pigrizia di ricucirlo: odio cucire!
C'é qualcosa di irreale in questa situazione, relativamente calma all'interno del quadrato, cucio cucio e mi sento una sartina in ritardo con una consegna, che deve passare
la notte a recuperare tempo perso. Ho la notte davanti: la situazione la conosco bene per viverla relativamente spesso nel mio lavoro, la notte lavoro meglio, l'impressione che il tempo
sia lungo, dilatato, mi da' la calma per affrontare le cose in modo ordinato, sistematico, concedermi pure delle pause; durante la notte, sembra, si recupera il ritardo "gratis", si
produce mentre il mondo dorme...
Passano le ore, le 8 che avevo preventivate sono scadute e sono ben lungi dall'aver finito, mi sorprendo a curare i dettagli, ma è necessario per avere una cucitura che tenga i prossimi
giorni di vento ancora forte, il vento ed il mare non calano, quando rientro nella zona meno protetta o mi avvicino troppo a costa strambo per tornare nella zona di mare più tranquilla e
sicura, l'uso del radar mi costringe a caricare le batterie col motore, la fuel cell non ce la fa a coprire i consumi congiunti di radar, pilota, luci e strumenti per così tante ore.
La notte nera porta con sé però anche le angosce e la paranoia: la riparazione deve tenere fino al Capo Finisterre, poi ci sarà vento portante e potrò anche navigare senza randa, ma poi
se manco Madera come farò a risalire? Dovrò andare fino alle Canarie, o in Marocco: non ho preso neppure il passaporto....Avrò gasolio a sufficienza se resto senza randa? Non è meglio
rinunciare a questo lavoro inutile e che mi porta a prendere rischi?
Scaccio con veemenza questi pensieri oscuri: se la randa non resiste mi fermerò in Portogallo, sono sempre in tempo a rinunciare, per ora almeno ci provo, coraggio, continuo a cucire...
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