2a tappa Transquadra - vari e bilanci

Lundi 13 avril 2009

Attrezzatura

L’attrezzatura non è stata modificata fra le due tappe, a Quinta do Lorde ho solo spostato la vaschetta del liquido di raffreddamento del motore.
Rammento che, già dalle prime navigazioni di trasferimento, avevo notato che il motore scaldava quando, per caricare le batterie, lo accendevo navigando (a vela) con mure a sinistra.  Questo era dovuto alla posizione infelice della vaschetta, che a barca sbandata veniva a trovarsi in posizione inferiore al radiatore, nel quale si accumulavano le bolle d’aria, impedendo la libera circolazione del liquido di raffreddamento.
Per la Transquadra non avrei avuto bisogno di questa modifica, tantomeno per la seconda tappa che prevedeva andature poco sbandate, e durante la quale l’energia elettrica sarebbe stata fornita essenzialmente dalla pila al metanolo, insensibile allo sbandamento, e non dal motore. Tuttavia ho effettuato lo spostamento soprattutto in previsione della traversata di rientro, per la quale non mi è stato possibile reperire metanolo, e che vedrà un uso intensivo del motore per generare energia elettrica.

 

Barca

Su questa tappa ZenZero ha trovato le sue condizioni ideali: vento portante abbastanza costante, fra 15 e 30 nodi (eccetto qualche punta superiore nei groppi). Ho grandemente apprezzato i doppi timoni che garantiscono estrema stabilità di rotta, e che, accoppiati ad un eccezionale pilota che non ha mai perso un colpo su ormai oltre 10'000 miglia di navigazione (NKE ST 32), mi hanno permesso di dormire sonni tranquilli in ogni circostanza.
Le mie performance non sono mai state quelle promesse dal cantiere o proclamate da altri “poghisti” che, per il gusto di battere record, hanno forse regolato il loro speedometro in modo un po’ generoso.
Le medie di 17 nodi che qualcuno avrebbe raggiunto con vento di 35 nodi a 150° sotto spi, non le ho mai neppure sfiorate. Il mio record non ha oltrepassato 15 nodi in planata, sono avanzata a volte per parecchio tempo fra i 10 ed i 12 nodi, ma la media sulla traversata non è sicuramente da sogno, situandosi sotto gli 8 nodi. E’ vero che non ho mai spinto troppo la barca, che ho navigato con almeno 300 kg di materiale supplementare rispetto ai miei avversari, che ZenZero non è dotato di vele particolarmente performanti, e che non sono un genio della strategia e delle regolazioni, ma credo che anche rischiando di più, allegerendo la barca e investendo un capitale in vele di punta, sia difficile superare una certa soglia dettata dalle dimensioni tutto sommato ridotte della barca.
Pur essendo un progetto un po’ datato rispetto alla flotta della Transquadra (il progetto risale al 1999), vi sono stati ancora 2 Pogo 8.50 nei primi 9 classificati su 25 solitari partenti (nelle edizioni precedenti i Pogo erano sempre sul podio). Ma non è per le sue caratteristiche corsaiole (in declino)  che la barca mi ha dato grandi soddisfazioni, bensì per la sua marinità, stabilità, semplicità, solidità e affidabilità.
Dovessi rifare la Transquadra non mi passerebbe mai per la testa di cambiare barca, pur se per la prima tappa non si è rivelata molto adatta (troppa bolina).


….. anche perché mi ci sono affezionata molto ;-)

 

Vele

Un paio di mesi prima della partenza della Transquadra, abbiamo dovuto scegliere le vele che avremmo preso per le due tappe, in particolare gli spi (simmetrici e asimmetrici, ammessi fino ad un massimo di 3) per il calcolo del coefficiente IRC. Avevo optato per uno spi simmetrico leggero (72 mq - 45 g), uno spi pesante (63 mq - 65g) e uno spi asimmetrico pesante (63 mq - 65 g), oltre alla randa triangolare non steccata, al Genova avvolgibile e alla trinchetta (fiocco da cattivo tempo ingarrocciato sullo stralletto).

Ho usato molto il Genova, poiché di notte, perlomeno all’inizio, non navigavo sotto spi. Sulla prima tappa l’avevo considerato eccessivo, e avrei preferito un solent, mentre in traversata il Genova  ha sicuramente contribuito in modo eccellente a mantenere una velocità non troppo inferiore a quella di uno spi.

Dovessi ripetere l’esperienza tralascerei lo spi asimmetrico, che avrei usato poco, non solo perché l’ho perso dopo 2 giorni, ma perché le condizioni di vento erano più adatte allo spi simmetrico, a favore di un ulteriore spi pesante o intermedio, mentre per la scelta della vela di prua inferita sarei in dubbio. Confidando nella mia maggior esperienza con lo spi che armerei di notte con più tranquillità, probabilmente opterei ora per un solent più adatto alle condizioni meteo prevedibili nel golfo di Guascogna, aggiungendo un Code5 che non rientra nella categoria degli spi se rispetta certe dimensioni massime.

Sulla randa non ho molto da aggiungere: le protezioni sistemate nei punti critici hanno lavorato bene: infatti si sono consumate le pezze! Ribadisco il vantaggio dei canestrelli rispetto ad una ralinga inferita, per il miglior scorrimento durante la riduzione, e per la maggior semplicità di riparazione in caso di strappo (che peraltro su questa tappa non si è ripetuto). Inoltre la scelta di una randa triangolare, rispetto ad una “Square Head” facilita la vita del solitario, che in strambata ha già parecchio da fare senza dove pensare alle volanti.

 

Fiocco e tormentina sono rimasti intonsi nel loro sacco, ma è da sottolineare che Zinzolin (Pogo 8.50) li ha utilizzati con il suo armo di fortuna dopo il disalberamento: tutto torna utile prima o poi!

 

Protezioni contro l’usura

In una traversata di oltre 3'000 miglia, in particolare con vento portante, l’usura di vele e manovre correnti è notevole.
Per proteggere le vele, che dovranno servire almeno ancora per il rientro, ho rivestito le crocette e le draglie nella zona interessata con un tubo in PET tagliato per il lungo fissato con kilometri di Gray Tape, oltre ad aver incollato pezze sulle vele nei punti cruciali.
Per le manovre correnti, ho invece rinunciato a guaine e altre protezioni della cui tenuta diffido. Prima di partire ho girato le borose, le drizze e le scotte, e durante la navigazione ho accorciato le manovre che a mano a mano si consumavano, (soprattutto una drizza di spi e i barber). Le altre cime non hanno dato nessun problema. Tuttavia, per salvaguardare meglio i bracci di spi ho curato di usare sempre la stessa varea del tangone per il passaggio del braccio (il tangone è simmetrico). Infatti la varea dal lato campana (che è un anello) si rovina con l'uso, creando asperità proprio nella gola di passaggio del braccio.

Gli indispensabili (per la navigazione in solitario)

Freno di boma:
impedisce le strambate involontarie dovute all’onda e alle risposte tardive del pilota nei salti di vento, permette di cambiare mura senza dover seguire con la scotta di randa e evita la rottura del boma che una ritenuta fissa potrebbe causare.

Calza di spi:
se non l’avessi avuta credo che nelle giornate di groppi avrei rinunciato più volte a rimettere lo spi, spesso per soli 10 minuti prima del successivo rinforzo di vento. Con la calza è un gioco da ragazzi, ci si può concedere di chiudere la calza all’ultimo momento, quando è certo  che il groppo sta raggiungendo la barca, si risparmiano tempo ed energia per la piegatura della vela e si riduce il rischio di caramelle in alzata o ammainata.

Genova belga:
Il cosiddetto (dai francesi) Genova belga è una rete di fettuccia o cimetta a forma e dimensione di un fiocco armato in testa d’albero, che si alza in concomitanza con lo spi, al posto del Genova. Serve ad evitare che lo spi si avvolga intorno allo strallo (caramella) a seguito del rollio dovuto alle onde o durante lo sgonfiamento dello spi per un'andatura temporaneamente non corrispondente alla regolazione. E’ un’attrezzatura molto gettonata fra i partecipanti della Transquadra, anche fra gli equipaggi in doppio. Una caramella può essere un avvenimento con conseguenze molto gravi, specialmente quando si è a centinaia di miglia da un ridosso nel quale poter fermarsi, dare fondo e salire sull’albero in tutta tranquillità per districare il tutto.
Durante questa regata abbiamo purtroppo avuto la conferma, se ce ne fosse stato bisogno, che una caramella può portare a conseguenze tragiche: la scomparsa di Jean Marc, caduto dall’albero dopo esservi salito probabilmente a seguito di una caramella (non lo sapremo mai con certezza, ma la situazione trovata dall’equipaggio di Avel a bordo di Xenon sembra avvalorare questa ipotesi) ne è l’esempio estremo. Meno tragico l’abbandono di Laurent fermatosi alle Canarie proprio per evitare di salire sull’albero in navigazione, sempre a seguito di una caramella.
Il Genova belga, quindi, è indispensabile, perlomeno per chi mette lo spi sempre e in ogni condizione.
Non ne avevo a bordo, è del resto uno dei motivi per cui ho rinunciato spesso allo spi. Ma la prossima volta non mancherà di certo!

 

Par Cristina
Recommander
Dimanche 12 avril 2009

Ricevitore AIS

A Quinta do Lorde ho fatto montare il ricevitore AIS che avevo acquistato già a St Nazaire ma che non avevo avuto il tempo di installare.

E’ un apparecchietto formidabile: segnala le navi a più di 20 miglia di distanza, indicandole sullo schermo del plotter cartografico (nel modello che ho scelto), ne calcola la rotta e avvisa con un allarme in caso di rischio di collisione, indicando nome, MMSI, rotta e velocità della nave in questione (utile per chiamare in digitale via VHF se fosse necessario) nonché il tempo mancante alla collisione. E’ confortante sapere chi ti sta per venire addosso e quanto tempo hai per dire le tue ultime preghiere…
E’ possibile definire un raggio di sicurezza entro il quale una nave è considerata in rotta di collisione, per cui si è allarmati anche in caso di passaggio ravvicinato. Il suo consumo elettrico è ridotto rispetto al radar (0.5A contro 1,5 A col radar in modalità risparmio) ma non lo sostituisce completamente. Infatti non segnala le imbarcazioni che non hanno un trasmettitore AIS, come di norma le barche a vela e le navi militari, o che l’hanno spento, come una nave incrociata in traversata.
Tuttavia l’installazione su ZenZero non mi ha soddisfatto pienamente: per non montare una seconda antenna VHF ho utilizzato quella della radio, con uno switcher per la scelta del canale di ricezione: Radio VHF o AIS.
Oltre ad essere pericolosa per la radio (in caso di trasmissione senz’antenna si rischia di bruciare l’apparecchio) la scelta di ricevere AIS o radio VHF è stata spesso problematica durante il sonno: preferire di essere avvisata dell’avvicinarsi di una nave mediante l’allarme AIS, oppure avere la possibilità di riceve una comunicazione radio da un’imbarcazione a vela che tenta di chiamare perché prevede una rotta di collisione?
La prossima volta monterò sicuramente un’antenna dedicata per il ricevitore AIS (o, se esiste, uno switcher automatico): l’accensione del VHF portatile mentre dormo è una soluzione un po’ raffazzonata, e l’uso del radar, tutto sommato, un po’ troppo dispendioso in energia.

 

 

PC e programma di navigazione

La novità più degna di nota su questa seconda tappa, era il modulo “routage” di MaxSea acquistato di recente e provato un pochino con l’aiuto di Franco durante la breve navigazione fatta durante vacanze di Natale in Sicilia.
In funzione delle polari della barca (grafico delle prestazioni secondo forza e angolo del vento) e delle previsioni meteo (grib) il programma calcola la rotta più veloce.

Finché ho avuto un collegamento internet per scaricare i grib (vedi Iridium più sotto) mi sono divertita per ore giocando sul PC a calcolare la rotta migliore. Non avendo le polari del Pogo 8.50 ho adattato, sulla base delle osservazioni dirette giornaliere fatte in barca, quelle del Figarò (fornite col programma). L’intento di MaxSea è lodevole, tuttavia le proposte sono da prendere “cum grano salis”, soprattutto su una traversata così lunga, che implica tempi di navigazione ben oltre l’affidabilità delle previsioni meteo.
A partire da metà traversata non ho più avuto collegamento, ed il PC è rimasto chiuso nel tavolo da carteggio, ridandomi il piacere di navigare con unicamente le previsioni radio di RFI, senza calcoli di rotta migliore da seguire, e soprattutto senza ricezione di posta elettronica. Ma questo è un altro discorso …
Ad onor del vero le mie prestazioni sono andate migliorando da quando non ho più avuto le informazioni necessarie al calcolo della miglior rotta da seguire…… forse perché mi sono dedicata maggiormente all’andamento della barca che ai calcoli teorici!

 

 

Iridium

Grossa delusione nel campo trasmissione- ricezione satellitare! I primi giorni, malgrado un segnale buono o ottimo, la ricezione di email, in particolare con allegati, è stata molto difficoltosa, a volte impossibile. Ho perso decine di minuti della scheda prepagata per tentare di ricollegarmi dopo i tentativi infruttuosi. Non ho un’antenna esterna, ma lo stesso problema l’ha riscontrato anche qualche altra barca che ne aveva una. Poi, circa a metà strada, a causa di un osteriggio aperto, è entrata acqua bagnando proprio il modem (chiamato kit data e che e’ una scatolina di pochi centimentri montata sul telefono stesso) e i cavi di collegamento col PC. Da quel momento non ho più avuto bisogno di innervosirmi per scaricare la posta e i grib: il sistema era morto del tutto!
Qualcuno ha cercato di giustificare la pessima ricezione con lo scontro fra un satellite Iridium e uno russo fuori uso. Ma ho poi scoperto che la collisione è avvenuta dopo il mio arrivo in Martinica… Quello che mi sembra più verosimile è che i server del sistema iridium sono sottodimensionati rispetto alla richiesta di collegamenti.
Da notare che moltissime barche hanno avuto problemi di comunicazione via Iridium, per i motivi più diversi: è importante ricordarsi che il sistema non è esente da malfunzionamenti e organizzarsi per avere le informazioni indispensabili con mezzi alternativi (ricezione della meteo via radio, per esempio) e avvisare a casa che l’assenza di notizie non è necessariamente conseguenza di  una catastrofe a bordo.

Par Cristina
Recommander
Dimanche 12 avril 2009
Non ho modificato le priorità rispetto alla prima tappa, ed ho utilizzato anche questa volta la cella al combustibile (Max Power MC 130) come generatore primario.
Ho consumato 27 litri di metanolo sui 30 previsti e 15 litri di gasolio, poco più dei consumi rilevati sulla prima tappa. Mediamente 1,63 l di metanolo e 0,85 l di gasolio al giorno per una produzione/consumo di circa 160 Ah al giorno contro i 135 Ah/giorno della prima tappa.
I maggiori consumi rispetto alla prima esperienza sono dovuti essenzialmente dal notevole maggior fabbisogno del pilota nella andature portanti in modalità “vento reale” (4,5 Ah contro i 3 Ah in andature strette e modalità vento apparente) e al fatto che ho lasciato sempre acceso il ricevitore AIS che non avevo sulla prima tappa (12 Ah/giorno).

I calcoli fatti a priori si sono questa volta confermati in pieno se si considera la tabella “Consumi medi” (un occhio al risparmio senza rinunciare al confort) e non hanno raggiunto i previsti “Consumi massimi”, anche perché sulla seconda tappa sono stata molto più tempo al timone che non quanto previsto da quest'ultimo calcolo.

Da notare che la cella al combustibile ha dato segni di insofferenza quando ha rilevato una temperatura ambiente della cala vele troppo alta per i suoi gusti, e si è rifiutata di produrre energia durante quasi una giornata. Per il clima tropicale è quindi bene prevedere una sistemazione dell’apparecchio in un vano ben ventilato.
Su ZenZero la cella al combustibile è montata nello stesso ambiente del motore del pilota automatico (che scalda parecchio), dove le possibilità di ventilazione sono limitate all’apertura dell’osteriggio posto proprio sopra il quadro elettrico e qualche scatoletta di connessione NKE. Dopo l’ esperienza di acqua in barca dall’osteriggio a seguito di straorzata e conseguente perdita del modem, non me la sono sentita di rischiare di mettere a repentaglio anche qualche altra funzionalità aprendo l’osteriggio ed ho rinunciato ai servizi della Fuel cell in quella giornata particolarmente calda.
Par Cristina
Recommander
Dimanche 12 avril 2009

Alimentazione

Per vari motivi la prima tappa era stata disastrosa da questo punto di vista e mi ero ripromessa di migliorare la qualità dell’alimentazione durante la traversata.
Tentata dalla leggerezza, conservabilità e semplicità di preparazione dei pasti liofilizzati, nonché indotta dalle scelte alimentari degli altri concorrenti più sperimentati,  sono partita per la traversata con sufficienti pasti pronti per coprire probabilmente due volte la tratta. A lungo avevo studiato varietà di alimenti e marche reperibili sul mercato, testando a casa quali fossero le scelte più appropriate, per garantirmi una dieta diversificata e possibilmente piacevole.
Ma, fedele alla mia filosofia di avere sempre tutto in doppio, (perlomeno quanto reputo indispensabile alla sicurezza e sopravvivenza) ho caricato la barca anche con una cambusa tradizionale.


Non ho praticamente toccato la cassetta dei liofilizzati, ed ho sempre mangiato normalmente:

un pasto caldo ogni sera (pasta, riso, miglio, legumi, minestre),

una abbondante colazione al mattino (yogurt, frutta, pane, fette biscottate o biscotti con burro e marmellata o miele),

pranzo a base di pomodori, insalate di verza arricchite con tonno o altro pesce in scatola (rinunciando ai pesci volanti poco appetitosi), formaggio delle Azzorre o prosciutto crudo e carne secca (affettati al momento), uova in ogni forma,

e 2 - 3 spuntini sull’arco della giornata a base di frutta (banane, pere, mele, agrumi e frutti tropicali quali passion fruit e anona che si conservano ottimamente), cioccolato, biscotti,  qualche rara barretta energetica e molta frutta secca.

Spesso ai pasti caldi ho aggiunto alghe Wakame (secche) per avere un complemento di vitamine. Sono molto gustose! (basta aggiungerle col resto, tagliate  a pezzetti, nella pentola a pressione)

 

 

Ho intaccato la mia collezione di liofilizzati solo per golosità consumando 2 buste di mousse al cioccolato, la prima delle quali è peraltro finita in sentina a causa del mare agitato sottoforma di polvere di cacao e acqua leggermente colorata.
Sono quindi inutili i liofilizzati? Confermo che si può facilmente alimentarsi in modo tradizionale in una traversata atlantica (durata da 2 a 3 settimane), pur senza avere un frigo.
Ma non credo siano inutili. Infatti, in caso di un’avaria grave, come per esempio il disalberamento, successo a Zinzolin, i tempi di percorrenza sarebbero stati di gran lunga superiori, e qualche riserva di cibo sarebbe stata benvenuta. Inoltre in condizioni di mare più duro, come nei primi giorni della prima tappa, sarebbe stato più agevole preparare un pasto caldo avendo a disposizione qualche busta di liofilizzati o qualche pasto autoriscaldante.
Del resto i liofilizzati ancora in barca non sono un investimento a perdere: verranno utili per la traversata di rientro che si annuncia più lunga e durante la quale saremo in equipaggio. Una cambusa tradizionale per 3 persone per un mese rischia di essere stivata con molta difficoltà sul Pogo 8.50…..

I pasti autoriscaldanti, sorprendenti nella reazione di riscaldamento (sprigionamento di vapore e gonfiamento dell’involucro) non esenti da pericolo di ustione, pesanti e ingombranti rispetto al loro contenuto, e, non da ultimo, relativamente cari, offrono il vantaggio di poter mangiare indipendentemente da un forte mare, o da un’avaria alla cucina. Tuttavia gli svantaggi sono maggiori, a mio avviso, dei vantaggi. Per sopravvivere in caso di emergenza i liofilizzati sono ampiamente sufficienti, purché si abbia l’accortezza di imbarcarne un certo numero approntabili con sola acqua fredda.

All’arrivo avevo ancora sufficiente cibo “normale” per circa una settimana senza razionare, oltre a 30 pasti liofilizzati, 3 autoriscaldanti, e naturalmente le confezioni di emergenza contenute nel “Grab bag”  (per 3 giorni). Sarebbe mancata un po’ di varietà nel reparto frutta e verdura, infatti solo gli agrumi, le mele, le patate, le cipolle (dorate) e le verze si sono conservati intatti sino alla fine, pur richiedendo un’attenzione giornaliera per mantenerli arieggiati e eliminare immediatamente ogni elemento che dimostrasse un inizio di deperimento, eccessiva maturazione o muffa.

 

Acqua

L’acqua è sempre il problema maggiore, particolarmente in regata per questioni di peso, perlomeno fintanto che nessuno inventerà l’acqua liofilizzata….
Ho calcolato (per 20 giorni) 2 litri al giorno di acqua in bottiglia, e 2 nelle taniche (non c’é serbatoio su ZenZero).
Inoltre avevo preso alcune altre bevande, 20 litri di succhi di frutta, 4 litri di gatorade, una ventina di lattine di CocaCola.
All’arrivo restavano 20 litri d’acqua in bottiglia, altrettanti nella tanica, 10 litri di succhi di frutta e tutte le lattine.
Avrei quindi avuto largamente una settimana supplementare di autonomia in caso di durata maggiore della traversata, e, prima di intaccare le riserve d’acqua contenute nella borsa di emergenza e della zattera, mi sarei potuta servire del dessalinizzatore manuale (3 litri/ora).
Devo dire che ho consumato poca acqua in tanica perché ho sempre lavato sia me stessa che il bucato con l’acqua di mare o piovana, e che ho cucinato sempre con la pentola a pressione (al massimo mezzo litro d'acqua per pasto).
Nota: nelle taniche avevo aggiunto un po’ di amuchina per preservare la qualità dell’acqua.

 

Gestione del sonno

Fra le due tappe avevo frequentato il seminario sulla gestione del sonno del Dott Claudio Stampi. Questo corso mi aveva portato soprattutto delle conferme su quanto sperimentato in precedenza, ma anche qualche trucchetto supplementare.

Sulla seconda tratta è stato tutto più semplice. Innanzi tutto c’è molto meno traffico: le rotte principali delle navi (SLOC) non passano a quella latitudine e le barche a vela vanno tutte nella stessa direzione, perlomeno dal momento in cui si comincia  a puntare verso ovest, per cui è possibile dormire tranquillamente per periodi anche abbastanza lunghi. In secondo luogo non ho più cercato di applicare un ritmo regolare sonno/veglia sull’arco delle 24 ore (per esempio 2,5 ore di veglia e mezz’ora di sonno) ma ho cercato di seguire un ritmo più consono alla mia fisiologia.
Ho dormito molto fra le 2 e le 6 del mattino (ora solare), col metodo del “cluster napping” cioè cercando di svegliarmi ogni mezz’ora per il minimo tempo indispensabile al controllo dell’orizzonte e della regolazione della barca, per tornare immediatamente a dormire prima di risvegliarmi del tutto. Di giorno bastavano un paio di sieste di mezz’oretta per completare la quantità di sonno necessaria.
La media è stata di 5 ore e mezza sull’arco delle 24 (ho tenuto un diario...) con punte anche fino a 7 ore all’inizio quando soffrivo un po’ d’influenza e non avevo ancora preso bene il ritmo, e giorni in cui bastavano 4 ore e mezza.
Reputo di aver dormito molto, anche perché in previsione della necessità di una maggior presenza in caso di peggioramento delle condizioni, mi sono sempre imposta di accumulare un po’ di riserva di sonno quando mare e vento erano buoni: in realtà le condizioni non sono mai peggiorate e ho continuato a dormire più dello stretto indispensabile.
Mi premeva pure arrivare al traguardo in perfetta forma, considerando che l’atterraggio è sempre delicato e molti incidenti avvengono proprio in prossimità o subito dopo l’arrivo. Del resto, come era prevedibile, l’ultimo giorno non c’è stato verso di dormire, da un lato per l’eccitazione, dall’altro perché c’è stato molto da fare per preparare bene l’atterraggio e per cercare anche di rosicchiare le ultime miglia agli avversari stando il maggior tempo possibile al timone. Ho quindi apprezzato le riserve di sonno accumulate in precedenza. 


Confort

Il Pogo 8.50 non è propriamente una barca confortevole, ma almeno si riesce a stare in piedi all'interno!

La mancanza di un sedile per il navigatore si fa crudelmente sentire quando si deve passare un po' di tempo al tavolo da carteggio, aggrappandosi, contorcendosi, e cercando le posizioni più strane per mantenere un certo equilibrio, particolarmente quando il tavolo è sopravvento.

Si finisce col preferire la posizione in ginocchio, salvaguardando i menischi con un cuscino...


Dopo oltre 10'000 miglia mi sono finalmente decisa, all'arrivo in Martinica, a comperare un paio di ginocchiere per il rientro.

Non solo per carteggiare, infatti la piccolezza della barca costringe a fare ogni manovra in ginocchio, e se c'è un po' di mare, anche gli spostamenti in coperta devo essere fatti "strisciando". Vedremo se questi accessori salvagarderanno un po' pantaloni e ginocchia....


La barca è costantemente bagnata, anche nelle andature portanti gli spruzzi passano sopra la coperta, arrivando fino in poppa, per la gioia del timoniere... Difficile restare asciutti per più di 5 minuti, anche quando non piove...

E' quindi essenziale la capottina, che almeno evita di far entrare la maggior parte dell'acqua sottocoperta.


Un'altra particolaritâ di questo tipo di barca, rispetto a barche da crociera, è l'incessante frastuono all'interno. Non avendo alcun rivestimento che possa attutire il rumore dell'acqua sullo scafo, dei colpi quando c'è mare, e dell'attrezzatura stessa, l'ambiente fonico è alquanto animato e quanto di più simile ad una lavatrice durante il ciclo di centrifugazione. Dopo qualche miglio si comincia a riconscere ogni suono, a capire la velocitâ della barca interpretando il rumore dello scafo, e, dopo aver temuto i primi tempi che la barca esplodesse, ci si abitua e ci si compiace di poterla sentire viva e ben regolata anche stando distesi in cuccetta.




Salute

Nei primi giorni ho sofferto un po' del raffreddamento preso a Madeira prima della partenza, nel corso di una simpatica ma ventosa visita turistica sulle alture dell'isola (c'era la neve!).

Sono stata in dubbio se bloccare sul nascere con una massiccia dose di antibiotici quello che sembrava un'influenza, ma ho confidato nell'aria del mare. Tutto è tornato alla normalità in pochi giorni, con l'aiuto di vitamine, té con miele e molto sonno.


Più noioso è stato l'insorgere, col tempo, di un forte mal di schiena e del ritorno del mal idi spalla, ormai cronico, esasperato dalla scomodità della cuccetta del quadrato (troppo stretta per i miei gusti e la mia mole) e dall'umidità.

Mi sono curata con massaggi all'olio di Tea Three, e quando questo non bastava, con antidolorifici ingeriti a manciate....


All'arrivo ho sfruttato l'assistenza del chiropratico messo a disposizione dall'organizzazione. Se qualcuno ha pensato (bene) di predisporre questo servizio, significa che all'arrivo di una traversata (soprattutto se i partecipanti sono di una certa età come alla Transquadra) è prevedibile ci sia la necessità di una consultazione. Infatti c'era la fila!

Risultato: due vertebre spostate e le cervicali bloccate. Tutto questo dovuto alle ore passate al timone, quasi sempre sullo stesso bordo, con la testa girata a guardare lo spi....


La barca, soprattutto se piccola e scomoda non è molto salutare per la colonna vertebrale, soprattutto se non si hanno più vent'anni.....


Nessun altro problema di salute da segnalare per quanto riguarda l'equipaggio di ZenZero. Sono stata ben attenta costantemente, molto più del solito,  a evitare movimenti azzardati e situazione di rischio ferimento. Al largo un incidente che a casa sarebbe banale può trasformarsi in un grosso problema... e la consistente farmacia di bordo, preparata da Beppe è rimasta praticamente intonsa.

 

Par Cristina
Recommander

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